18/11/2003
Italiani brava gente?
Impossibile guardare la televisione, oggi. In un tripudio di lacrime, fiori e ovvietà, l'Italia ridivenuta all'improvviso benpensante e patriottica si stringe intorno ai suoi martiri, ai suoi eroi, alle vittime del suo 11 settembre.
Mi sembra eccessivo. Al di là del giusto momento di riflessione che ogni morte dovrebbe suscitarci ("non chiedere per chi suona la campana...", cantava John Donne), credo che sarebbe opportuno non dimenticare che gli italiani morti a Nassiriya non erano civili impegnati in una missione umanitaria: erano soldati volontari, mercenari, impegnati in una missione parabellica al fianco di un esercito occupante in un paese illegittimamente privato della sua sovranità. Giravano in divisa, ed erano armati. Non sono stati colpiti in borghese o in libera uscita: è stata assaltata la sede del loro comando. C'è una bella differenza.
Ma gli italiani, si sa, per definizione sono brava gente. Hanno le mamme, loro, e le fidanzate. Tengono famiglia. Direi che non sono gli unici, ma forse le loro mamme e le loro fidanzate (per non parlare di figli, padri, fratelli, consanguinei, collaterali e affini) soffrono di più e meglio. Questo repellente narcisismo del dolore non ha nulla da invidiare al turpe copyright della sofferenza che si accompagna inevitabilmente al concetto di Olocausto. Come soffrono gli ebrei... come soffrono gli italiani... nessuno mai. Peccato che su questi assiomi posticci si fondino e si reggano ahimè benissimo certe cattedrali ideologiche che hanno avvelenato gli ultimi cinquant'anni del XX secolo e che promettono d'inquinare ancora peggio il XXI secolo.
Soprattutto se fra gli intellettuali di casa nostra ci si trova ad annoverare quel bottegaio del pensiero-un-tanto-al-chilo che è il filosofo (!) Stefano Zecchi. Il quale, sul "Giornale" di domenica 16 novembre, assimila il gesto compiuto dai soldati italiani di dare le caramelle ai bambini con la pietas romana che da sempre contraddistingue l'umanissimo popolo italiano eccetera. Non mette conto soffermarsi sulla retorica e un tantino demagogica ovvietà del concetto. Mi chiedo invece perché, in tutto questo bailamme mediatico che ci assorda e c'intontisce da giorni, nessuno abbia tirato in ballo la bella e grave parola "responsabilità". E perché il concetto di responsabilità collettiva, invocato spesso, volentieri e talvolta a sproposito ma immancabilmente quando si parla del popolo tedesco e di Auschwitz, non possa venire applicato anche alla presente italica situazione.
Perché l'Italia è tra i paesi che sottoscrissero l'embargo all'Iraq seguendo pedissequamente le decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu all'indomani dell'invasione del Kuwait il 6 agosto 1990, confermate nell'aprile 1991 a guerra finita e tuttora in vigore. Pedissequamente, perché è fuor di dubbio che l’atteggiamento dell’Italia nei confronti delle sanzioni all’Iraq è stato caratterizzato da una totale e colpevole mancanza di autonomia (usiamo un eufemismo, abbiate pazienza) e, in definitiva, di coraggio: c'è un modo più diretto per dirlo, ma non sarebbe elegante. Governo e Parlamento si sono sempre nascosti dietro il dito protettivo della “comunità internazionale”, uniformandosi senza il minimo accenno di spirito critico alle decisioni altrui e in particolare a quelle degli Stati Uniti. E quando dalle sanzioni economiche si è passati al massacro dei civili, i governi italiani succedutisi dal 1990 hanno sempre mostrato una tranquilla indifferenza per le sofferenze inflitte agli iracheni: vale la pena ricordare che, nel marzo 1999, l’associazione “Un Ponte per…” e il “Comitato Golfo” hanno denunciato al Tribunale di Roma i diversi presidenti del consiglio succedutisi, fino a Massimo D’Alema incluso, per complicità con il genocidio. Ancora agli inizi del 2001, l'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini, in un'intervista al quotidiano cattolico "Avvenire" (14 gennaio), esprimeva la “preoccupazione” dell’Italia per le «conseguenze di dieci anni di applicazione di sanzioni economiche, che hanno portato ad un forte deterioramento delle condizioni della popolazione irachena», salvo poi correggere il tiro in occasione di una visita a Washington: il 22 febbraio, infatti, dichiarava alle agenzie che «L’Italia, come gli altri paesi europei, continua a considerare Saddam Hussein un pericolo per la sicurezza della regione». Nel frattempo, e per la precisione il 16 febbraio 2001, missili anglo-americani, lanciati durante bombardamenti al di fuori della no-fly zone, avevano colpito gravemente la città di Baghdad, facendo numerose vittime fra la popolazione civile. Per l'occasione si levarono numerosissime voci internazionali di condanna, e persino qualcuna governativa. Ma l'Italia, ça va sans dire, tacque ostinatamente e omertosamente.
Come ha taciuto quando Berlusconi e il suo governo (che sarebbe da burla se non fosse tragico) si sono schierati prontamente e ciecamente (perinde ac cadaver, direbbero i gesuiti) al fianco di Bush jr., non sembrando vero al peggiore statista italiano del XX e fors'anche del XXI secolo (ma non ipotechiamo il futuro) di poter trattare da pari a pari col presidente degli Stati Uniti. Il risultato, eccolo.
Nonostante l'opposizione, manifestata da più parti e da voci autorevoli, contro il criminale intervento americano in Iraq e contro il dissennato appoggio all'odiosa invasione dato dall'Italia, si è deciso di partecipare alla gioiosa macchina da guerra messa in piedi dagli angloamericani: e i nostri soldatini sono partiti per l'antica Mesopotamia ridotta a brandelli dalla civiltà occidentale — c'è ancora qualcuno fiero di essere europeo?
Un vecchio detto recita, più o meno: chi non impedisce che il male sia fatto è come se l'avesse fatto lui stesso. Ora, l'Italia non l'ha impedito, il male fatto all'Iraq. Anzi se ne è fatta complice, garante e sodale. E proprio per questo la presenza dei soldati italiani in Iraq è ancora più odiosa perché vigliacca: non si è partecipato alle operazioni belliche, ma si è aspettato che tutto fosse per così dire tranquillo prima di presentarsi con le uniformi stirate, le facce sorridenti e le tasche colme di caramelle.
Ragazzi miei, liberatori immaginari, siete stati anche voi con la vostra scelta di militari ad avallare i bombardamenti, l'embargo, l'invasione americana. Ora non potete sottrarvi al giudizio delle genti: se anche uno solo di voi, in divisa e in nome dell'esercito italiano e dell'Italia, avesse fatto scudo col suo corpo alle bombe americane, l'episodio di Nassiriya sarebbe magari assimilabile, con un po' di buona volontà, a un atto di vile terrorismo. Ma nessuno di voi era a Baghdad, quando gli aerei americani sganciavano il loro carico di morte — oggi essere retorici è permesso. È troppo comodo andarci ora, a Baghdad, e sperare che quei suscettibili indigeni se la prendano soltanto con gli americani tutti muscoli e niente cervello. La responsabilità di quello che è accaduto e ancora accade è anche vostra, ragazzi in divisa; vostra e del vostro governo, del vostro paese che vi siete impegnati a servire quando avete pronunciato quel giuramento che ha commosso le vostre mamme e le vostre fidanzate. E in quel giuramento c'era anche la promessa di far piangere altre mamme e altre fidanzate, per chissà quali e quante guerre che non appartengono a voi, ma ai vostri padroni.
L'Iraq, invece, combatte per la sua libertà. Molti hanno già deciso da che parte stare.
Il contenuto di questo blog è ovviamente copyleft, e può essere liberamente riprodotto a condizione che resti inalterato, che se ne citi la fonte e che si pubblichi anche questa precisazione.
12/11/2003
Morti annunciate
Il 26 gennaio 1887, a Dogali in Eritrea, nell'ambito dell'infelice avventura colonialista tentata dall'Italia savoiarda, cinquecento soldati italiani vennero massacrati dalle forze etiopiche irregolari di ras Alula. In patria la notizia destò enorme commozione, e quando, nel 1889, uscì Il Piacere di D'Annunzio in cui il protagonista Andrea Sperelli liquidava la tragedia di Dogali con la secca frase «cinquecento bruti morti brutalmente», l'opinione pubblica insorse.
Non posso fare a meno di ricordare l'episodio, oggi che 18 carabinieri italiani sono morti in un attentato "terroristico" a Nassiriya, Iraq. (Curioso questo fatto, che chi combatte per la propria patria a volte sia un eroico partigiano e a volte un vile terrorista, dipende da chi lo dice e da dove succede il fatto. Quando si dice la relatività...). Diciotto vite spezzate, certo; poche in confronto ai 155 militari statunitensi morti dopo la conclusione ufficiale delle principali azioni belliche, dichiarata orgogliosamente il 1° maggio dall'esuberante Bush jr. Meno di niente se paragonate alle centinaia di migliaia di iracheni morti dal 1991 in qua, per bombe, armi biologiche o embargo poco importa — conta che si muore, non il perché ciò avvenga.
Ma lo so da me che non è bello fare il conto della spesa sulle vite umane; tuttavia non posso fare a meno neppure di ricordare che i carabinieri italiani in Iraq ci sono andati volontari, spinti forse da un ideale ma anche dall'allettante prospettiva di un ingaggio milionario. Forse è un po' scomodo da dire, ma i carabinieri italiani, lì, ci sono andati da mercenari. Al soldo di un governo forcaiolo disposto a tutto pur di compiacere il padrone americano, anche a credere che davvero il popolo iracheno avrebbe accolto come liberatori i criminali poliziotti planetari. (Va detto che su questa italica convinzione deve aver pesato parecchio l'esperienza nostrana del post-8 settembre, con il gioioso assalto delle "segnorine" e dei loro familiari ai blindati Usa da cui piovevano imparzialmente sigarette cioccolato e calze di seta. Ma questo è un altro discorso).
Resta il fatto che diciotto italiani sono morti in una terra infinitamente lontana da una qualsiasi pacificazione, almeno finché vi resteranno gli occupanti a stelle e strisce e i loro reggicoda europei. La Mesopotamia che è stata la culla della civiltà diventerà forse la tomba della civiltà occidentale omologata — gli americani dicono che l'Iraq non sarà un altro Vietnam, e hanno ragione: sarà forse il loro Afghanistan, con quel che ne segue (ricordatevi dell'URSS).
E che adesso l'opposizione tuoni "l'Iraq agli iracheni!" (Fassino alle 13:41), o che i soliti servizi scuotano la testa sospirando "noi l'avevamo detto" (Sismi e Cia alle 15:54) non serve a granché: in Italia sono state molte le voci levatesi implacabilmente contro l'illegittimo attacco americano allo Stato sovrano dell'Iraq, e le stesse voci hanno ribadito il "no" di gran parte della nazione italiana alla partecipazione al conflitto voluta fortemente dal governo. Nessuno le ha ascoltate, quelle voci. Così capita che qualcuno si meravigli che in Iraq, dove si dice che non ci sia la guerra e si crede che davvero tutti vogliano bene agli americani, due kamikaze abbiano assimilato i militari italiani alle truppe d'occupazione angloamericane e abbiano deciso di dare una lezione anche a loro. Ma come sarà successo?
Eppure "Roma era stata avvertita": l'ha detto oggi pomeriggio (17:31)Mohammed al Bakri, leader di un'organizzazione islamica estremista con sede a Londra, considerato un portavoce ufficioso di al Qaeda: «Chi fa parte delle forze che occupano le terre dell'Islam non può aspettarsi l'impunità. Non so chi abbia attaccato il comando italiano a Nassiriya, ma Roma era stata avvertita [...] Solo abbandonando la terra araba, l'Occidente può fermare il bagno di sangue». Immediata la risposta delle forze di governo: fermezza, lotta al terrorismo in tutte le sue forme, no al ritiro delle truppe italiane dall'Iraq — col risultato immediato di guadagnarsi l'apprezzamento di Bush. Il cane che si comporta bene va premiato.
Che succederà? Difficile fare previsioni. Le variabili sono molte, e se non proprio impazzite sono comunque un po' nervose. Quei cattivoni degli islamici direbbero "Dio ne sa di più": noi continuiamo a dire "Iraq libero!".
Il contenuto di questo blog è ovviamente copyleft, e può essere liberamente riprodotto a condizione che resti inalterato, che se ne citi la fonte e che si pubblichi anche questa precisazione.
03/10/2003
Un santo dimenticato?
In genere non se lo ricorda nessuno, ma san Francesco d'Assisi è il patrono d'Italia. In Italia c'è il Vaticano. Francesco d'Assisi è stato fatto santo dal Vaticano, mica dall'Animal Liberation Front. E allora perché la Chiesa cattolica continua a dimenticare la grande lezione di empatia col creato (uso l'espressione per comodità di linguaggio, abbiate pazienza) che fa di Francesco d'Assisi il più "pagano" dei millanta santi che l'agiografia elenca?
Mistero della fede. Meno male che qualcuno si salva: per esempio monsignor Mario Canciani — che un qualche dio lo benedica e lo conservi. Leggetevi l'agenzia che riporto qui sotto, e vedete un po' fin dove può arrivare la gesuitica malizia...
ANCHE IN LORO C'E' IL SOFFIO DI DIO ED HANNO UN CUORE
Roma, 3 ott. (Adnkronos)- «Anche negli animali c'è il soffio di Dio». Risponde così monsignor Mario Canciani alle affermazioni di "Civiltà Cattolica", il quindicinale dei gesuiti che definisce gli animali «belli senz'anima e non meritevoli di diritti» prendendo posizione contro il ddl del ministro Sirchia che introduce nel codice penale la norma sui "delitti contro gli animali". E monsignor Canciani, notissimo a Roma per aver aperto le porte della sua chiesa a cani, gatti, uccelli e per averli benedetti solennemente, a "La Repubblica" sottolinea: «Il teologo è quasi sempre solitario, chiuso nella sua torre d'avorio: non si rende conto che gli animali hanno un linguaggio, capacità di contare, di esplorare l'ambiente, di inventare e di avere sentimenti e affetto, possono arrivare perfino alla morte, al rifiuto di vivere se abbandonati [...] Il "Cantico delle Creature" di San Francesco non deve rimanere muto per la nostra società e per la Chiesa. Non è — conclude Canciani — un problema di anima: gli animali hanno un cuore ed è già tanto».
25/09/2003
È morto Edward Said
È morto nella tarda serata di ieri, mercoledì 24, Edward W. Said, lo studioso palestinese docente alla Columbia University fattosi portavoce della causa palestinese negli Stati Uniti e nel mondo.
Aveva 67 anni, e soffriva da tempo di una forma incurabile di leucemia per la quale era stato ricoverato in un ospedale di New York, dove la sua fibra ha ceduto.
Ghazi Aridi, il ministro libanese della cultura, ha definito la sua morte una grande perdita per gli arabi in generale e per i Palestinesi in particolare. Said, ha detto il ministro, era «un uomo colto ed un intellettuale capace di presentare il mondo arabo e le posizioni palestinesi in maniera razionale", scientifica e al tempo stesso comprensibile a tutti.
Nato a Gerusalemme nel 1935, Said passò la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti; dal 1991 è stato per 14 anni un membro di rilievo del parlamento palestinese in esilio. Il grande pubblico lo conosce per i suoi vibranti scritti a favore della causa palestinese, ma la sua produzione in campo culturale è stata varia e di ottimo livello — dalla letteratura inglese, che era la sua materia, fino alla musica, la passione che riempiva il suo scarso tempo libero.
La sua scomparsa lascia un vuoto enorme e difficilmente colmabile nel panorama intellettuale arabo e mediorientale in genere. I Palestinesi perdono un paladino generoso e un uomo di grande coraggio. L'Occidente perde una voce libera — così rara di questi tempi. Io perdo un maestro.
17/09/2003
... e non dite che non ve l'avevo detto
Oggi è il 17 settembre. Fra tanti anniversari che costellano questo settembre, ci giurerei che questo è sfuggito a molti.
Però qualcuno se lo ricorderà che martedì 17 settembre 2002 «nel disinteresse pressoché generale della non-America, la Casa Bianca rendeva pubblico un documento intitolato "The National Security Strategy of the United States of America" (la strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America), e considerata da più parti e a buon diritto come il manifesto dell’Impero: si tratta, infatti, del primo testo in cui l’America esprime apertamente, e motivandola dal punto di vista morale, la propria intenzione — non più discutibile o procrastinabile — di governare il mondo. La novità principale contenuta in questo documento consiste nell’enunciazione di una Weltanschauung o, se si preferisce, di una precisa antropologia: è questo, infatti, il significato dell’affermazione iniziale che dalle grandi lotte del secolo XX è scaturito un modello unico fondato su tre (e tre soli) pilastri — libertà, democrazia e libera impresa. Il non voler, o non poter, adottare questo modello è condizione necessaria e sufficiente per essere annoverati fra i “cattivi” — i famigerati rogue states, gli Stati-canaglia. Ed è per questo, si suggerisce, che verrà dichiarata guerra all’Iraq: la prima guerra del nuovo Impero, pronto a prendere il posto dello Stato-canaglia eliminato in vista di una ridelineazione del Medio Oriente, come in un tragico Risiko giocato sulla pelle dei popoli» (mi cito: cfr. il mio intervento del 9 aprile 2003 su questo stesso blog, in cui esaminavo più a fondo il documento).
Dunque è passato un anno e gli anniversari, si sa, vanno festeggiati: è per questo che oggi, spulciando le agenzie di stampa, m'imbatto in queste tre perle che riporto di seguito:
TERRORISMO: FRIEDMAN, GUERRA MONDIALE CONTRO ISLAMISMO POLITICO - NON RINUNCEREMO A SOCIETA' CHE ABBIAMO COSTRUITO New York, 17 set. (Adnkronos) - «La "terza guerra mondiale" è contro il totalitarismo religioso. L'"islamismo politico" ha come fondamentale obiettivo quella di minacciare l'esistenza della "società aperta". Da questa minaccia è nato l'11 settembre». Lo afferma Thomas Friedman, columnist del New York Times, saggista di successo e premio Pulitzer, in un'intervista a "Repubblica". «È stata sconfitta — sottolinea — l'idea di chi pensava che questo terrorismo avrebbe cambiato la bilancia del potere fra noi e loro. Il messaggio che abbiamo mandato è chiaro: non siamo disposti a rinunciare alla società aperta che abbiamo costruito in 250 anni».
USA: LISTA UNICA PER TUTTI I SOSPETTI TERRORISTI Washington, 17 set. (Adnkronos) - Gli Stati Uniti intendono stilare un'unica lista con i nomi di oltre 100mila sospetti di terrorismo, in modo da evitare gli errori precedenti all'11 settembre. Il compito è stato affidato ad un nuovo centro, che sarà operativo in dicembre e verrà guidato dall'Fbi, assieme alla Cia, il Dipartimento di Giustizia e quello per la Sicurezza Interna.
M.O.: NY TIMES, DA ARABIA SAUDITA META' FONDI HAMAS - 'RIAD FORNISCE 5 MILIONI DI DOLLARI L'ANNO ALL'ORGANIZZAZIONE' Riad, 17 set. - (Adnkronos/Aki) - Almeno la metà dei fondi a disposizione del movimento integralista palestinese Hamas proviene direttamente dall'Arabia Saudita. È quanto afferma nell'edizione di oggi il "New York Times" citando fonti statunitensi e israeliane, secondo cui 5 dei 10 milioni di dollari annui di cui dispone l'organizzazione provengono appunto da donatori sauditi. Le offerte — sottolinea il quotidiano — vengono effettuate esclusivamente in contanti, rendendo difficile se non impossibile l'individuazione del denaro da parte dei servizi di sicurezza americani. (Mam/Gs/Adnkronos).
Ci riuscite da soli a mettere in collegamento le dichiarazioni di Friedman con quelle del "New York Times" di cui lo stesso Friedman è opinionista, o devo darvi una mano? E vi torna che la lista unica di proscrizione per i sospetti terroristi rientra nella strategia per la sicurezza nazionale del grande Paese sotto Dio, o vi sembra un caso? Fate un piccolo sforzo. E cominciate a preoccuparvi.
Il contenuto di questo blog è ovviamente copyleft, e può essere liberamente riprodotto a condizione che resti inalterato, che se ne citi la fonte e che si pubblichi anche questa precisazione.
26/07/2003
genocidio
È di ieri la notizia (ripresa da www.arabmonitor.info e soltanto in serata dalle reti nazionali) che un bambino palestinese di cinque anni, Mahmud Qabha, è stato ucciso a un posto di blocco israeliano, nel nord della Cisgiordania. Fonti ufficiali dicono che si sarebbe trattato di una tragica fatalità: «dalla mitragliatrice di un blindato israeliano sarebbero partiti "accidentalmente" svariati colpi che, oltre a uccidere il bimbo, hanno ferito le sue due sorelline, una delle quali, di sei anni, versa ora in gravissime condizioni. I tre bambini sono stati raggiunti dai proiettili mentre si trovavano a bordo della macchina del padre».
Certo che è incredibile: in Israele, ogni volta che qualcuno si distrae e parte un colpo non c'è pericolo che vada perso. Becca sempre qualcuno, e preferibilmente gente giovane — molto giovane. Bambini.
Bambini che non diventeranno mai uomini o donne, che non lavoreranno mai la loro terra, che non avranno mai figli e soprattutto (perché è a questo che pensano gli israeliani) che non andranno mai a ingrossare le fila dei combattenti per la liberazione della Palestina. Bambini che resteranno consegnati per l'eternità alla loro fragile condizione infantile, pochi anni di timori e speranze buttati via in un attimo per quella "tragica fatalità" che così spesso si verifica nei territori occupati da Israele.
Uccidere i vecchi è una vigliaccheria, uccidere le donne può essere, nell'allucinata logica della guerra, una scelta strategica. Ma uccidere i bambini è il più odioso dei crimini: è genocidio. Perché uccidendo un bambino si uccidono le speranze di un popolo, si impedisce che la sua memoria venga perpetuata, si annienta l'immensa potenzialità racchiusa in ogni individuo.
È contro questo che bisogna battersi, e pensare alla lotta, dopo le lacrime. Io ho già finito di piangere.
26/07/2003
Il senso della misura
Il senso della misura è una cosa che gli americani sembrano aver perso — o non aver mai avuto — a giudicare dalle notizie che arrivano giornalmente dagli States. Sentite questa, letta ieri su www.arabmonitor.info:
A Rumsfeld le fotografie sono piaciuteWashington, 25 luglio - Donald Rumsfeld si è detto soddisfatto della decisione di aver fatto pubblicare le foto dei cadaveri dei figli di Saddam Hussein. "La brutale carriera dei due è terminata. Un segnale chiaro è stato inviato agli iracheni che la famiglia Hussein è finita e non tornerà più a terrorizzarli... Le forze della coalizione continueranno a catturare e a uccidere i resti del precedente regime". Ad ascoltare il capo del Pentagono, si ha la sensazione di avere a che fare con un caso clinico.
Questo fatto di "continuare a catturare e uccidere i resti" mi fa venire in mente il dottor Hannibal Lecter, e forse piacerebbe a Patricia Cornwell e a Jeffery Deaver, chissà... Insisto sulla necessità del ricovero.
E che mi dite di quest'altra?
CONDANNE FRA 30 E 41 MESI PER PROTESTA CONTRO BASE MISSILISTICA Denver, 26 lug. - (Adnkronos/Dpa) - Tre suore cattoliche americane sono state condannate a pene carcerarie fra 30 e 41 mesi per aver partecipato ad una manifestazione pacifista in una base missilistica nel Colorado. L'accusa aveva chiesto sei anni di carcere. In aprile il tribunale aveva riconosciuto colpevoli le tre religiose di aver causato danni per mille dollari e aver interferito con la difesa nazionale. Le suore erano penetrate in ottobre in una base presso Greeley (Colorado) per protestare contro la guerra in Iraq e avevano tracciato croci con il loro stesso sangue sui silos che ospitavano i missili Minuteman. Poi avevano picchiato contro i silos con un normale martello.Non mi riesce neanche di fare un commento adeguato, perché la cosa mi sembra davvero enorme. Se ci si deve aspettare una manifestazione da una suora, non c'è da stupirsi se sarà di tipo pacifista — danni a cose, voglio dire (le crociate sono finite da un pezzo, e non mi risulta che le suore abbiano mai avuto parte nei meccanismi inquisitoriali). Mi chiedo se si possa sbattere in galera per 30/41 mesi una persona colpevole di aver preso a martellate un silos dopo averlo imbrattato di sangue (il proprio, fra l'altro). Ma trattandosi di giustizia americana, probabilmente sì.
Il che, capirete, mi preoccupa un po'. Perché gli Stati Uniti si stanno allargando davvero un po' troppo, per i miei gusti: e io, che pure sono un tantino anticlericale, mi chiedo se — con questa smania di americanizzare tutto che hanno i nostri allegri governanti — un domani non si arriverà magari ad arrestare un prete perché dice "la pace sia con voi". Non si sa mai.